Caffè e letteratura, la formula vincente di Diego Galdino

A “rendere leggendario l’ordinario” ci hanno provato in molti, benché a pochi sia poi riuscita l’impresa. Non è usuale conoscere un barista colto che, prima di aprire ogni mattina lo storico bar romano di famiglia, si cimenta così bene nella scrittura, tanto da farsi pubblicare da un colosso editoriale come la Sperling & Kupfer in otto paesi europei e parte del Sudamerica.

E’ la storia di Diego Galdino che continua a stare dietro il bancone di un bar per – sospettiamo – continuare ad ascoltare e vivere storie di tutti i giorni che poi metterà in parole. Questa esigenza del reale lo rende unico, interprete sì dello spirito dei tempi ma anche testimone di come, appunto, l’ordinario abbia una dimensione più ampia e pressoché eterna.

Affascinato da romanzi e personalità di Rosemunde Pilcher, alla quale ha dedicato un capitolo – reale benché breve - della propria vita, Galdino ha esordito con “Il primo caffè del mattino” e pubblicato vari romanzi, in cui, oltre ai clienti di ogni giorno e “leggendari”, la sua fonte di ispirazione è sempre stata il caffè, con tutto ciò che un “rito” si porta dietro.

Come scrive nell’ultimo romanzo le persone “girano intorno al bancone come pianeti attorno al sole”. In questo movimento ci sono le chiavi per intendere l’uomo e l’opera. “L’ultimo caffè della sera”, in libreria da poco, promette di rivelare ai nostri lettori il resto, cosa cioè si nasconde dietro l’apparente impasse della routine giornaliera.

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