Art & Food, il maceratese Cudini alla conquista del mondo

Pluripremiato negli USA, è con “Terra di Confine”, un ritratto affettuoso e malinconico della propria terra, che Paolo Cudini ha commosso gli americani. Le “terre di mezzo” tra Marche e Umbria sono state protagoniste silenti dei numerosi viaggi che Cudini ha fatto per il mondo, come principio cardine e origine del proprio nomadismo artistico. Con proprie convinzioni (“Parlavo con Natalie Chapel, responsabile della Camera dell’Artigianato di San Pietroburgo, che mi mostrava la perizia tecnica dei grandi pittori russi e io, impertinente, le rispondevo che a noi fotografi basta un millesimo di secondo, ma ispirato!”) e studi continui (“Anche nelle mie masterclass, voglio suscitare l’interesse nei dettagli: sono i particolari che rende le persone partecipi, che li fa modelli e attori, e li emoziona. Che ne so, una ragazza con scarpe rosse, tacco altissimo, collant nero, minigonna magari suscita scalpore, poi invece mostro i dettagli di una mano ben curata, una acconciatura di capelli, un vestito preso di lato, e lì colpisco il bersaglio”), Cudini  sotiene da sempre che “il fotografo non è un poeta, scrive con i suoi scatti”.
Ha scritto di lui il critico d’arte Ginesi: “fotografo abilissimo che ama girare il mondo approcciando campioni di umanità nei vari angoli della terra, nei diversi strati sociali, con soggetti di ogni età, sesso, condizione, immersi negli stati d’animo più diversi. E questo lo fa transitando per le strade, le piazze, i luoghi più vari dove la gente vive socializzando o in stato di isolamento. Mai un soggetto si è accorto di essere da lui fotografato. Sicché non esistono, nei suoi elaborati, pose insincere, atteggiamenti mistificati o corretti o non rispondenti alla autenticità più assoluta, sia esteriore che interiore, degli inconsapevoli modelli. Quindi Cudini è uno “scippatore” di verità che imprigiona, sin dall’intimità più profonda, i soggetti scelti, li rapisce e chiama tutti noi a compartecipare alla gioia, alla ritrosia, al dolore, all’indifferenza, all’espressione maligna, invidiosa, divertita, di chi diventa ignaro oggetto del suo obiettivo fotografico. Obiettivo che è veloce quanto a volte lo è l’attimo fugace del personaggio anonimo che gli passa occasionalmente dinanzi agli occhi. Fotografo di strada? Sì. Perché è principalmente nelle strade che va a cercare stimoli di ogni tipo per soddisfare il suo desiderio di raccontare (raccontarci) l’umanità nelle sue mille sfaccettature, sempre vecchie e sempre nuove, ma sempre arricchenti il nostro desiderio di conoscere il mondo e i suoi segreti”.

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