Vincere i giganti si può

(Carlo Petrini su Repubblica) – “Loro sono giganti ma noi siamo moltitudine” – così recita la Dichiarazione di Chengdu che Slow Food ha approvato durante l’ultimo Congresso Internazionale, e che sintetizza il senso del cammino che da più di trent’anni la Chiocciola percorre: un cammino in direzione ostinata e contraria agli effetti omologanti e anti-democratici della globalizzazione. Ma chi sono i giganti e chi invece la moltitudine? Questi giganti sono davvero da temere?

A queste domande non certo semplici una persona come Barry Lynn saprebbe bene come rispondere. Ricordo il nostro incontro in Colorado, quando durante l’evento Slow Food Nations dialogammo su due temi fondamentali e intimamente interconnessi: cibo e libertà. Giornalista, ricercatore presso il think tank della New America Foundation e scrittore americano, Barry dirige Open Markets, un gruppo di avvocati, ricercatori e giornalisti che si interrogano su come poter sconquassare i monopoli che le multinazionali hanno costruito in tutti i settori ma in particolare in quello alimentare. Secondo Barry la concentrazione di potere e la conseguente nascita di big corporations ha avuto inizio quando il cibo è diventato pura merce. Da qui l’applicazione del principio: produrre di più per abbattere i costi fissi a scapito della qualità. «Ed è lì – puntualizza Barry Lynn – che il piccolo, che per sua natura può produrre quantità minori, si (s)vende a chi assicura una protezione dal punto di vista finanziario. Così i grandi diventano sempre più grandi, acquisendo le piccole aziende, estendendosi sempre di più e consegnando al consumatore medio la falsa impressione di essere libero». Ma non è questa la strada verso la libertà, piuttosto questa è la strada verso lo schiavismo, dove diventiamo parte integrante – nonché promotrice con i nostri acquisti inconsapevoli – di un sistema cibo dove governano solo le cosiddette dieci grandi sorelle che, con vestiti diversi, padroneggiano negli scaffali dei supermercati. Dall’altra parte, i piccoli sono in difficoltà: sono circa 400 milioni le realtà agricole che coltivano meno di due ettari di terreno ciascuna, sfamano circa un terzo della popolazione mondiale ma contemporaneamente sono spesso le prime a soffrire per fame: vendono il loro prodotto a multinazionali che dettano le regole su come e cosa coltivare e il prezzo. A pagare le conseguenze di questo sistema, però, non sono solo i contadini, ma anche l’ambiente (a causa dell’adozione di tecniche agronomiche poco virtuose), la biodiversità (si favorisce la monocoltura di specie ibride e non la salvaguardia di varietà autoctone), la perdita di tradizioni, cultura e non di meno del senso del gusto. Quindi queste scelte sono fortemente interconnesse con il cibo. Se si distrugge, ad esempio, la biodiversità come sta avvenendo ora, anche la nostra gastronomia sarà fortemente penalizzata. Non a caso si parla di omologazione del gusto. Insieme alle piante e agli animali selvatici, scompaiono quelle selezionate dall’uomo, così come le razze da latte e da carne. Secondo la Fao il 75% delle varietà vegetali è perso, irrimediabilmente. Negli Stati Uniti si arriva al 95%. Oggi il 60% dell’alimentazione mondiale si basa su 3 cereali: grano, riso e mais. Non sulle migliaia di varietà di riso selezionate dagli agricoltori che un tempo si coltivavano in India e Cina, o quelle di mais che si trovavano in Messico, ma su pochissimi ibridi selezionati e venduti agli agricoltori da una manciata di multinazionali.

Lynn parla della necessità di una terza rivoluzione americana, di una svolta che combatta la concentrazione con la differenziazione, la quantità con la qualità, l’omologazione con la celebrazione del diverso, e soprattutto, l’esaltazione del globalizzato con la predilezione per il locale. Ridiamo spazio e valore al noi, a una moltitudine che torni nuovamente a essere libera e che scelga un cibo buono, pulito, giusto e sano, per tutti.

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