Etna, il nero e la luce

di Giovanni Giacchi – Catania è nera, e poiché una città non può esserlo del tutto, la luce, accecante come se non vi fossero schermi protettivi, primordiale, giunta a terra riflette il nero della pietra e dei palazzi e li evidenzia e ne fa eleganti le vie, i giardini fioriti e le ombre di chi cammina. Città nera, non oscura. Luogo di estremi – e di bordi e limiti, perchè tutta l’acqua che scorre nelle fontane o dai rubinetti dei bar sembra non bastare a fronte di tutto quel nero.

L’Etna è già qui, memoria dei suoi passaggi o semplice avvertimento. E noi che stiamo per prendere il trenino d’altri tempi della FCE, la Ferrovia CircumEtnea, avvertiamo l’incognita dell’ignoto – andare a trovare la muntagna – e il limite che è Catania, propaggine nera dell’Etna e capitale industriosa e internazionale. Siamo in una città di confine; uno straordinario miscuglio di eleganza, gentilezza e paura antica.

All’ingresso della stazione di Catania Borgo salutiamo la vecchia locomotiva a vapore Meusa, che trasportò anche De Amicis, lo scrittore di Cuore. Nel 1911 anche la Regina d’Italia Elena salì su queste carrozze per raggiungere Randazzo, dove una delle sue dame di compagnia aveva una villa. Centodieci chilometri di viaggio da Catania a Riposto, raggiungendo i mille metri di altezza a Maletto, capitale delle fragole, come Bronte lo è del pistacchio mondiale.

Partiamo verso Paternò e Belpasso e contiamo, nelle tre ore di viaggio, di poterci lasciare alle spalle la banalità dell’esistere, così come – europea, ormai – la concepiamo. Il fischio della locomotiva è un segnale e anche gli strattoni del treno lo sono. L’Etna è là, in lontananza ancora, più o meno vicina come sarà in tutto il viaggio, monito più che visione. Ha colpito tre volte, dissestando l’apparente ordine delle cose: nel 1923, nel ’28 e nell’81, e ha imbiancato, con tutto il suo nero, anche il mare.

In mezzo tra noi e lei, terra lavica che riaffiora dappertutto, e altre staticità normali come automobili disusate e abbandonate, campetti di calcetto con l’erba artificiale, palazzine nuove e baracche, ma soprattutto fichi d’india, a grappoli di piante o solitari come una stampa giapponese. Ce ne andiamo dall’ingombro delle cose.

Da lontano vediamo paesi che si aggrappano all’Etna, con timore quasi, come se richiedessero acqua e cibo alla montagna. Il vulcano sembra, a questa distanza, uno dei tanti picchi che abbiamo visto nei telefilm in tv, una Rock Mountain all’ombra della quale si muoveva un ispettore e o un cowboy, ma è proprio questo che ci atterrisce: il timore di cosa c’è là dentro, l’impossibilità di lottare contro la natura, la forza che si sprigiona lì sotto e che permea questa terra.

Perchè tutto è elettrico e quasi troppo vitale qui, a dispetto della terra riarsa di questi giorni d’agosto. Come se l’Etna avesse trasmesso la sua energia ai volti che vediamo, ai loro movimenti, alle case.

Dall’altra parte della vallata, la campagna, con ordinate file di vigneti e olivi, e in fondo i monti riarsi, giallastri, che ci ricordano l’altra Sicilia. Qua e là, attraversando i paesi, i cartelli stradali e dei commerci, e spesso la Smacchiatoria sta accanto al Morobishi, locale, ci dicono le scritte, di sushi fusion.

Nella nostra carrozza siedono turisti incantati e donne che usano il trenino come metropolitana locale, coposte e altere come tutte le donne siciliane, orgogliose e bellissime, eredi di greche e aragonesi, turche e normanne, eredi del mondo dunque, che rimangono impassibili agli scossoni del treno.

Dopo Bronte, è tutta lava, che esplode. Pensiamo alla Sciara Nera, il solco dove scende la lava quanto il vulcano erutta. La immaginiamo su un costone, su un fianco della montagna, nascosta come un fuggitivo. Tanti casolari che sembrano abbandonati, e forse lo sono, ma con muretti in pietra lavica e cancelletto, come se aspettassero qualcuno.

Una bandiera italiana, al lato dei binari, su uno di questi casolari, ci ricorda che il nostro è un Paese di sentimenti comuni, di dettagli che ci accomunano. Quella bandiera non ha un significato, ma è lì, messa probabilmente da qualcuno che cercava di mettere un altro bordo, un altro limite – all’invadenza di tutta questa storia e natura.

In lontananza adesso quei monti brulli sono pieni di pale eoliche, concessione alla modernità e all’abuso, adesso che siamo passati, dopo Linguaglossa, sul versante che ci fa vedere l’Etna, così bella ora, e il mare sotto. Come quel viaggiatore in autobus che ci raccontò di quando la mattina andava a sciare e il pomeriggio al mare, senza sforzo alcuno, di quand’era giovane, e di come si possa sempre replicare la cosa.

Entra, nella stazione successiva, una donna anziana e curva, con due sacchi pieni di frutta che sta portando a casa o ha tentato di vendere, con uno sguardo dolce. Pensiamo entrambi, noi e lei, di averla fatta franca – la giornata è al termine.

Non si può, non ci si riesce, sembra dirci la muntagna. Non è così semplice farla franca, e questa è la lezione del giorno.

La donna incuriosita, intanto, guarda tutti che fanno le foto. Cosa ci sarà in quelle immagini? si chiede.

Arriviamo a Giarre, prima di prendere un intercity di mezzora per ritornare a Catania, con la sensazione che tutte le montagne sono impenetrabili e che noi viviamo una vita parallela, incuranti di una natura che ci può annichilire da un momento all’altro. Tutto questo nero, poi! Non è forse la nostra esatta fotografia? Di noi umani?

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