Etichette negli Usa, il caos nell’informazione al cliente

Siamo sempre stati attenti alla questione delle etichette. Dall’Italian Sounding alle informazioni sbagliate, l’obiettivo di alcune aziende è ingannare il consumatore. Pubblichiamo questo illuminante articolo di Gaetano Pascale, Presidente di Slow Food Italia, già apparso su La Stampa.

«Cosa c’è in un nome?» fa dire Shakespeare a Giulietta, affermando che anche con un altro nome la rosa conserverebbe lo stesso profumo. Certo le cose sono un po’ meno poetiche quando si tratta di assicurare un’informazione completa ai consumatori, come testimonia in questi giorni il dibattito sull’etichettatura degli Ogm negli Stati Uniti. Ma andiamo con ordine.

Bisogna intanto ricordare che negli Usa la battaglia per costringere l’industria alimentare a riportare in etichetta la dicitura “prodotto geneticamente modificato” va avanti da lungo tempo. Nel 2014 lo Stato del Vermont ha superato l’ostruzionismo delle lobbies approvando per la prima volta una legge in tal senso.

Di fronte al rischio di affrontare costi e inconvenienti di una doppia etichettatura, le imprese sono corse ai ripari. Due anni più tardi ci ha pensato l’amministrazione Obama a disinnescare la minaccia, con una legge federale molto più morbida che consente di utilizzare un QR code o un semplice link in alternativa al simbolo per indicare la presenza di ingredienti Ogm. Ora il Dipartimento dell’Agricoltura di Trump vuole spingersi ancora più in là. Nelle linee guida per l’etichettatura degli Ogm, che verranno discusse fino al 3 luglio ed entreranno poi in vigore dal 2020, è scomparsa perfino l’espressione “geneticamente modificato”.

Al suo posto si ricorre all’indicazione “bioengineered” (in sigla BE), molto più gradita alle industrie e ai loro pubblicitari perché la si ritiene meno connotata – nonché meno riconoscibile – agli occhi dei consumatori. E se le parole pesano, le immagini non sono da meno. Diversi dei loghi proposti per accompagnare questa dicitura, infatti, giocano sul tema del sole che ride su uno sfondo colorato. Roba da cartone animato, secondo le associazioni a difesa dei consumatori, che ricordano come per arrivare all’approvazione di questa legge le corporation dell’agrochimica e del junk food abbiano messo sul tavolo 400 milioni di dollari in attività lobbistiche. Ma la battaglia non è ancora finita: l’obiettivo è ricordare al governo che il diritto a essere informati su ciò che si mangia non è una questione di sfumature lessicali.

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