L’incanto della vella del Simeto. Il Patto la salverà

“Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto/ da una mano anonima, geniale/ su di un muro graffito alla periferia di Udine,/ il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate/ nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io”. (Ombre, Pierluigi Cappello)

di Giovanni Giacchi – Per costruirsi un futuro, chi vive sulla valle del Simeto ha dovuto lottare. C’erano inceneritori a venire, frutto delle politiche spudorate e ignoranti della Sicilia che speriamo fu: avrebbero scempiato la valle. Sembra tanto tempo fa, ma è ancora l’ombra dietro l’angolo che fa paura – che ci possano riprovare e cancellino il lavoro di questi anni – a chi ha restituito dignità originaria alla valle.
L’incanto del Simeto oggi è un paradiso dell’ecosostenibilità. Siamo alle porte di Catania, oltre Paternò, dove cupole di cattedrali antiche fanno da telone del tempo a una natura meravigliosa, campi sontuosi, l’Oasi di Ponte Barca, olivi e aranceti, i “giardini di arance” di cui parlava Piovene nel suo “Viaggio in Italia”: si chiamano così perché c’è una cura e una gentilezza dietro. Là al centro, il fiume più lungo della Sicilia che scorre lungo vestigia romane e testimonianze antiche di venti secoli e delimita le province per oltre cento chilometri placido e ambrato. L’Etna è di fronte, totem e monito meraviglioso della natura.
A rendere questo luogo così unico hanno provveduto, dopo la battaglia contro l’inceneritore che per fortuna non è stato più costruito, quelli del Patto di fiume Simeto: senza finanziamenti pubblici, dieci Comuni (Paternò appunto, Regalbuto, Motta S.Anastasia, Belpasso, Ragalna, Santa Maria di Licodia, Biancavilla, Adrano, Centuripe, Troina), ispirati dall’allora sindaco di Paternò, Graziella Ligresti, in collaborazione con l’Università di Catania e le realtà produttive hanno deciso di cambiare registro. Bastava dire stop allo sfruttamento del territorio e sì alla sua valorizzazione nel rispetto dell’ambiente. Hanno così messo da parte individualismi e opportunismi politici, creato Presidio Partecipativo e un biodistretto, recuperato territori e stazioni dismesse (rilanciando la Ferrovia delle Arance che va da Motta S.Anastasia a Recalbuto), creato nuove opportunità di sviluppo turistico, sensibilizzato la Regione che, a dire il vero, di questi luoghi un po’ (tanto) se ne fregava.
Ma questo Patto nato alla base, fatto di cittadini che (finalmente, in quest’Italia distrutta) si sono uniti senza remore, ha avuto anche il merito di costruire filiere per i piccoli produttori, attraverso contratti di rete (produttori di grani antichi, per esempio, che lavorano a stretto giro con pastifici e ristoranti) e gruppi di acquisto solidale – un mercato vero, insomma, una risposta viva e possente a chi il territorio vuole solo sfruttarlo e lasciarlo povero. Il Patto è stata una ribellione di chi ha voluto riprendersi ciò che da generazioni era suo.
Capite che solo l’unione poteva sconfiggere usanze politiche e culturali di pessimo gusto. “Il futuro passa attraverso le cose che abbiamo – ci dicono a Vivi Simeto, l’associazione che supporta questo cambiamento, quasi parafrasando, o meglio aggiungendo qualcosa, alle parole del poeta Cappello che riportiamo come epigrafe – E’ vero sviluppo solo quando è ecosostenibile”. La via è tracciata, il primo triennio del Patto ha avuto risultati incoraggianti.
Fra pochi giorni, il 25-26 novembre, in contrada Schettino alle porte di Paternò, chef e ricercatori presenteranno uno studio sul grano, di cui esistono oltre settanta varietà. Conoscere è un ritorno alle origini che crea ricchezza. Ci saremo. Saremo lì ad assaggiare gli arancini al cous cous di grano integro, che fa benissimo alla salute, e poi andremo a trovare l’amico Nirav alla Casa delle acque, nella sua fattoria biologica che si riempe tutto l’anno di stranieri che fanno wwoofing: studiano e coltivano rispettando la natura in cambio di vitto e alloggio. Sono tutti giovani, il futuro è proprio il presente

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