Helmuth Köcher, patron di Merano WineFestival: “Indispensabile valorizzare i territori e raccontarli”

 

Helmuth Kocher, Winehunter e numero uno di MWF, si prepara al nuova edizione dell’evento principe per il settore vitivinicolo. Qualche considerazione qui sotto nelle parole di questo conosciuto Winehunter.

“L’Italia negli ultimi dieci anni ha riscoperto il territorio e le sue varietà autoctone: si parla di oltre mille varietà all’interno delle quali ogni Regione ha una sua chicca e qualcosa di particolare. Ultimamente  hanno richiamato la mia attenzione i vitigni resistenti alle malattie fungine, i cosiddetti PIWI, come il Solaris o il Souvigner Gris che non sono particolarmente conosciuti ma il cui prodotto è notevole anche se ha bisogno ancora di un po’ di tempo per essere comunicato. Tra le Regioni che hanno maggiori potenzialità nascoste segnalo la Puglia”.

La novità “orange wine”. “La parola è già di per sé una parola che richiama l’attenzione di chi la sente. Anche qui interviene la storia: si tratta di una lunga macerazione sulle bucce del vino bianco che riprende soprattutto la cultura vitivinicola georgiana della vinificazione in anfora. Il risultato è un prodotto molto più complesso, molto più ampio per quanto riguarda la struttura e di conseguenza più diversificato rispetto ad un vino bianco di pronta beva, fresco e con una bella acidità”.

La condivisione delle storie delle Aziende con i visitatori del MWF. “Lo ritengo molto importante perché il vino ci racconta non solo la storia di un territorio, ma anche di un produttore. L’etichetta di un vino racconta il percorso che il produttore stesso ha fatto e con questa si vuole comunicare da una parte la filosofia che c’è dietro e dall’altra un’eventuale storia di famiglia. Quando si afferma che nel calice di vino troviamo anche l’anima del produttore, lo ritengo in parte vero. Ogni produttore cerca di dare la sua impronta al vino oltre a quella che viene conferita dal territorio, per cercare di trasferire il vissuto, il passato e la storia della famiglia stessa, soprattutto nel caso di aziende che sono alla ottava o decima generazione di viticoltori e vogliono valorizzare il lavoro dei proprio padri e nonni. A questo punto la comunicazione è ampia perché racchiude la storia di un territorio, di una famiglia e di un vitigno. Faccio l’esempio del Pinot Nero in Alto Adige: il tutto risale al 1835 quando un arciduca portò la vite in questo terreno; ecco che dobbiamo partire da lì per arrivare ai giorni d’oggi in cui il Pinot Nero è considerato il miglior vino rosso dell’Alto Adige per eccellenza”.

Vini biologici e biodinamici. “Questi prodotti si inseriscono perfettamente nell’evoluzione che il mercato sta avendo: il consumatore è sempre più attento a quello che compra e che mangia, l’attenzione all’alimentazione è generale e questo fa sì che anche il prodotto vitivinicolo sia sottoposto alla selezione del consumatore. Nel caso dell’agricoltura biodinamica i trattamenti annuali si restringono a due, eseguiti con prodotti interamente biologici, mentre nel caso dell’agricoltura convenzionale i trattamenti sono di più e senza l’utilizzo di prodotti biologici. La differenza notevole tra le due diventerà man mano chiara anche per il consumatore, che riuscirà ad attribuire il giusto valore ai vini biologici con un giusto compromesso tra sostenibilità e qualità, perché il vino biologico deve essere comunque piacevole da bere e senza particolari difetti dal momento in cui chiunque vuole bere e mangiare bene”.

Il presente e il futuro. “La parte più importante in questo contesto è quella di valorizzare territori sconosciuti come quest’anno al MeranoWineFestival faremo con l’Istria e come abbiamo fatto in passato con la Georgia e la Romania, mostrando varie tecniche e culture legate alla viticoltura. Interessanti da scoprire potrebbero essere ad esempio le vinificazioni fatte sotto il livello del mare come anche le vinificazioni in alta montagna oltre i 2500 metri e altrettanto i vigneti riscoperti in altitudine come quelli a 3150 metri di Mendoza in Argentina”.

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