Monte delle Vigne, una tradizione che si fa nuova

di Giovanni Giacchi – Maria Luigia, questa è la tua terra. Sobria come il profilo delle sue colline, impetuosa e passionale come le piene del Taro, come te innamorata di ogni forma di bellezza. “Non sono mai stata felice come ora” scrivesti da sovrana del Ducato di Parma e Piacenza, quando già la città era una piccola Vienna. Avevi creato il Teatro Regio, rinnovato il Palazzo Ducale, curato giardini e castelli, e soprattutto rifondato l’Università ed elargito nuovi codici liberali.

E’ cambiato poco da allora. L’incanto delle valli è lo stesso, la varietà del paesaggio, biodiverso, stupisce ancora. E’ un viaggio nella perfezione del gusto, dalle colline e dalle alture del Parmigiano alla Collecchio dei prosciutti famosi in tutto il mondo, dal culatello di Zibello ai celebri funghi di Borgotaro.

La bellezza è la tradizione che continua e si fa nuova. A Ozzano Taro Andrea Ferrari e Paolo Pizzarotti hanno costruito, con lo stesso gusto di duecento anni fa e una tenacia moderna, un capolavoro di raffinatezza.

Anni fa Monte delle Vigne era una piccola cantina con soli sette ettari a vigneto, che Andrea gestiva in tutte le sue fasi, dalla messa a dimora delle barbatelle alla vinificazione. Il salto di qualità è avvenuto con l’ingresso nella proprietà di Paolo Pizzarotti, l’industriale leader in infrastrutture e grandi opere, grande appassionato di vino e oggi socio di maggioranza: la sua residenza estiva è a poche centinaia di metri dall’azienda. Monte delle Vigne è così diventato il punto di riferimento di tanti ospiti illustri dello sport, della cultura e del cinema e un luogo piacevole e affascinante, basti pensare alla modernità della struttura principale progettata dall’architetto Valbonesi. Pizzarotti ha voluto in questo maniera omaggiare Parma e il suo territorio. Dai quattordici iniziali oggi gli ettari sono sessanta.

Andrea Ferrari ha avuto il talento di credere che il Parmense, con quel microclima fresco e ventilato e quel suolo calcareo e argilloso, potesse produrre dei grandi vini internazionali, longevi e con una struttura importante.

E’ stato come far riaffiorare in superficie un segreto, riscoprire uno stile dimenticato. “Abbiamo riportato qui Barbera, Bonarda e Lambrusco”. Non abbiamo insomma dimenticato la tradizione, ma è con l’audacia che siamo andati, e continuiamo ad andare, in direzione del nuovo. Con una crescita graduale e rispettosa ha portato i suoi gioielli ad essere i più pregiati e apprezzati.

Il primo successo nato nel ’92 ha un nome, Nabucco, Barbera e Merlot in barriques. Sì, perché Ferrari ha fatto il viaggio inverso di Maria Luigia quasi due secoli dopo, andando in Francia a studiare gli affinamenti e le botti, a carpire tecniche e a conoscere i materiali.

Nabucco come il capolavoro di Giuseppe Verdi, parmense anche lui, di Busseto, che quando scrisse quest’opera ancora lottava per fare il maestro di cappella nel paese natio e chiamava la figlia Virginia Maria Luigia, in onore della sovrana illuminata, a cui dedicò “I Longobardi alla prima crociata”.

E’ l’armonia delle cose belle che si incontrano e contaminano, proprio come nei prodotti di questa terra.

Pochi anni dopo, nel ’97, l’omaggio di Ferrari si rivolge alla più grande interprete verdiana, Maria Callas. Il vino, una Malvasia di Candia aromatica in purezza, si chiama così perché lega la Divina cantante alla pianta anch’essa originaria della Grecia, ma è anche un tributo all’amore di Parma per la lirica. La musica è dappertutto in queste valli, che odorano di violetta. La specie autoctona qua presente, un incrocio che appartiene alla specie della Viola odorata, era la preferita da Maria Luigia: diventò il suo simbolo, la fece dipingere su piatti e vasellame, sugli abiti, ologramma sulla carta da lettera. Era il suo “leggiadro piccolo fiore”.

Era la natura, che qua è rispettata e la fa da padrona.

Per intendere la filosofia e la complessità che sottende ai vini di Monte delle Vigne bisogna capirne anche suolo e viti. Parma è l’avamposto a est della zona della Barbera: ha come area di coltivazione la fascia appenninica che include Oltrepò pavese e Langhe – ne sono simili il sottosuolo e le caratteristiche dell’uva. Per questo, gran parte della produzione ha come base la Barbera. Inoltre, la tenuta di Monte delle Vigne è stretta tra due riserve naturali: il Parco del Taro e il Parco dei Boschi di Carrega, due polmoni verdi a est e a ovest che garantiscono qualità ambientale assoluta e un territorio incontaminato, lontano dalle zone industriali e dalle grandi vie di comunicazione. Siamo a trecento metri d’altezza, con correnti fresche che scendono dalla Cisa e creano una escursione termica perfetta per la maturazione dell’uva.

E’ un’Azienda biologica non solo per certificazione, ma appunto per natura: le esposizioni dei vigneti –  a est le uve bianche di Malvasia e Sauvignon, a ovest le rosse di Barbera e Croatina e sui piani il Lambrusco (su terreno calanchivo), il Merlot e lo Chardonnay – sono perfette; il territorio è ricco di sorgenti a basse profondità, il fiume Taro (Tar, in parmense) a cingerlo, laghi e siepi e boschi popolati da caprioli, cinghiali e lepri.

Essere così autoctoni è l’essenza prima di quella che oggi viene chiamata sostenibilità, concetto che si può vedere applicato anche nelle tecniche (seimila piante per ettaro, potatura a Guyot semplice, bassa produzione per ceppo), e nella splendida cantina realizzata tra il 2004 e il 2006,  ipogea o gravitazionale: la diraspatura avviene al piano più alto e le uve vengono convogliate attraverso aperture nel pavimento nei tini – quelle rosse – o nella pressa pneumatica soffice – quelle bianche – senza l’ausilio di pompe, per caduta. Le uve sono tutte vendemmiate a mano e selezionate e la vendemmia è fatta in base a ciò che si produce (spumanti, frizzanti, cru); le uve bianche vengono raffreddate prima di entrare nella pressa. Inoltre, si lavora per le uve rosse con lieviti autoctoni, mentre per le bianche si utilizzano anche lieviti selezionati. Si trasformano solo le uve aziendali e non entrano uve da conferitori o altre cantine; a temperature costanti e perfette in tutta la lavorazione.

Sul tetto della cantina, lato a sud, c’è un impianto fotovoltaico per la produzione di energia pulita. Oltre a un resort, l’Antico Casale, edificato per un turismo sostenibile e per convention e matrimoni. La biodiversità è nella cura.

E’ tutto rimasto come quando i pellegrini della via Francigena percorrevano queste terre – partiti da Canterbury e diretti a Roma per visitare la tomba dell’apostolo Pietro. Diceva Goethe che “la coscienza dell’Europa è nata sulle vie del pellegrinaggio”.

Ma è anche andato tutto avanti, perché si è sperimentata la novità. Riscoprire i vitigni locali, reimportarli ove necessario, ha permesso a Monte delle Vigne di conquistare prima di tutto il proprio territorio, dove va a finire la metà delle bottiglie.

Il segreto del successo, e lo devono aver pensato anche Paolo Pizzarotti e Andrea Ferrari, sta nel trovare anche nuove soluzioni. Vincendo già con Nabucco e Callas, avrebbero potuto fermarsi e invece hanno insistito con il Cabernet Franc, impiantato nel suggestivo podere del “Chiuso del lago”, i Lambruschi del ceppo Maestri, che è un tipo varietale parmigiano (chiamati “I Calanchi” e “I Salici”), con il “Rubina”, uno spumante rosé fatto con uve Barbera vinificate in bianco e metodo Charmat, con i “Sogni”, omaggio al regista Bellocchio che in queste tenute ha recentemente girato il suo capolavoro “Fai bei sogni”. Monte delle Vigne ha così conquistato gli chef stellati di tutto il mondo e si fa oggi apprezzare in Giappone e Russia, in USA, Canada, Cina e Far East, oltre che in Europa.

Si potrebbe dire, per fare una sintesi, che Pizzarotti e Ferrari hanno riportato Parma ai parmigiani, con l’orgoglio tipico di queste terre.

Vicino a Ozzano c’è Sala Baganza, che era la residenza favorita di Maria Luigia. Lei, esperta d’arte (ma anche di enogastronomia) si innamorò della Villa Casino dei Boschi, tanto da acquistarla e ristrutturarla per ampliarne la struttura per accogliere la corte durante i lunghi periodi in vi soggiornava.

Il popolo mi ha accolto con tale entusiasmo che mi sono venute le lacrime agli occhi. Il mio unico desiderio è di poter trascorrere qui la mia esistenza nella più grande tranquillità” disse arrivando a Parma la sovrana che rimase fedele agli Asburgo pur essendo maritata con Napoleone. I canoni d’austerità e sobrietà che aveva scelto si coniugavano bene con il carattere di questa gente, che è rimasta la stessa nei secoli. Il Ducato, “piccola cosa da quattrocentomila anime”, ha retto la sfida della modernità.

Maria Luigia, questa è la tua terra. Ha l’odore di violetta e il coraggio dei suoi abitanti. La forza delle opere di Giuseppe Verdi e la fama del Parmigiano. Oggi, con Monte delle Vigne, ha anche la consistenza dei suoi pregiati vini. Sono prodotti che vanno in giro per il mondo, ma hanno sempre qua le radici. Cose uniche e illuminate come quella Sovrana che tanto tempo fa fece innamorare i parmensi.

www.montedellevigne.it

(il racconto su Monte delle Vigne è in uscita nel libro “L’eccellente” edito da Gusto in Viaggio)

 

 

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