Vitigni minori autoctoni da salvare: parte terza

di Davide Staffa (terza puntata) - PARADISA: sin. Uva de paradìs, uva da stuoias, saccarina, baccarone. Vitigno tipico dell’areale bolognese e romagnolo già conosciuto al tempo di Filippo Re. Ha molte similitudini con la “Verdea” piacentina. E’ un’uva a bacca bianca, vigorosa e di notevole fertilità, resistente alla botritis.

PELAGOS: (traduzione del dialetto pela-gargarozzo, raschia-gola) Il nome si ricava direttamente dalle caratteristiche del vitigno in quanto è di grandissima tannicità ed acidità,  tanto da dare una sensazione di elevata ruvidità nel deglutire il vino. Antico vitigno di origini sconosciute (forse assimilabile alla famiglia dei lambruschi), ora è presente in boschi filari nel bagnacavallese in fase di studio.

RAMBELLA: sin. Valpeisa, rambèla, uva rambella, valdoppiese. Ci sono tracce scritte nel Bollettino Ampelografico del 1876, ora è coltivata nell’alto Forlivese e nella piana di Russi. Uva con acini bianchi e grossi, forse come si può dedurre dal nome, originaria della Val di Pesa. Discreta se consumata da pasto fresca ma se vinificata dà risultati non molto soddisfacenti in termini di gradazione alcolica ma con una buona resa di mosto.

ROSSOLA: sin. Bianchina di Bertinoro, Rossella. Vitigno tipico Bertinorese, della Terra del Sole e del Faentino; pochi sono i cenni storici, qualcosa era accennato nel Bollettino Ampelografico del 1879. Era raccolta per essere conservata appesa ad appassire per poi essere consumata lentamente durante l’inverno nei momenti di magra. Vinificata offre un vino liquoroso e generoso in termini alcolici.

ROMANINO: sin. Rumanè, armanino, termarina, tarmarina, marine noir, Corinto nero. La sinonimia col Corinto nero è stato dedotto dagli ultimi esami effettuati con il DNA. Plinio scriveva di una uva marina nera. Probabilmente è entrato in Italia dalla antica Grecia assieme alle “Malvasie”. E’ coltivato infatti nelle stesse zone (Parma-Piacenza-Sud Italia) ove sono piantate le stesse Malvasie. Il grappolo è molto particolare in quanto alterna grossi chicchi con semi a piccoli chicchi apireni.

SAVIGNON:  è chiamato anche Centisimino in onore di  Pianori Pietro che così era soprannominato e che nel ’50 lo coltivava nelle proprietà delle Opere Pie nella zona di Oriolo dei Fichi appena sopra a Faenza. Nulla a che condividere con Sauvignon di fama internazionale, qualcuno lo associa all’Alicante o Grenache  di origini spagnole, ma alcuni esami recenti del DNA sembrano smentire questa tesi. Il vino che si ricava regala gradevoli profumi di rose rosse e frutti di sottobosco, molto intrigante e vigoroso nella versione passita.

TREBBIANO DALLA FIAMMA: molto conosciuto già in epoca Romana dove viene citato dal Plinio con il nome di Trebulanum nella sua Naturalis Historia. Questo trebbiano pare sia un clone del Trebbiano Romagnolo dal quale differisce per via del grappolo più piccolo e a volte spargolo, ed in maturazione raggiunge dei colori oro antico quasi ambrato. E’ coltivato in tutta la regione e qualcuno lo chiama anche trebbiano di montagna.

UVA FOGARINA: sin fugarèna, passetta, uva di Gualtieri. Date le sue caratteristiche potrebbe essere quel Focarino molto bevuto in epoca Medioevale ora è diffuso specialmente nel reggiano con residui anche nel modenese, nel mantovano ed ormai assai raramente in Romagna. Il vino che si ottiene è molto colorato e quindi molto richiesto per il taglio. Vinificato singolarmente riesce dolce  se portato a buona maturazione, con sapore asciutto, acidulo e leggermente frizzante.

UVA D’ORO: sin.ova d’ora, fruttana, fortana, prungentile. Ampiamente diffuso nella zona di Russi, Cotignola, Bagnacavallo e Lugo. Pier De’ Crescenzi nel 1303 ne parla come un uva che dà ottimi risultati se coltivata in zone acquose con terre umide, soprattutto nel ferrarese e nella zona litorale ravennate. Alcuni attribuiscono l’origine del nome uva d’oro da cote d’or da dove probabilmente sono state importate le prime piante. Resiste bene alla botrite, alla peronospora, è sensibile però ai freddi invernali. I grappoli danno un vino da pasto leggero con un bel colore, sapido e tannico. E’ il rinomato “Vino di bosco” o “Bosco Eliceo” tipico delle zone sabbiose vicino al mare.

UVA LONGANESI: sin. Uva di bursòn, bursna. (Chiamata Bursòn dai soci del Consorzio del Bagnacavallo). Il nome è ricavato semplicemente dal soprannome dialettale di tradizione locale della famiglia Longanesi di Bagnacavallo che aveva qualche vecchio ceppo antico adiacente al capanno da caccia. L’origine sembra da imputarsi agli insediamenti romani nella porto e nella vicina pineta di Classe e trasportato nell’entroterra dagli abitanti locali che si recavano nella stessa a fare “legnatico” per scaldarsi col fuoco in inverno. Ora è coltivato su oltre 300 ha nel ravennate con particolare densità nelle piane di Bagnacavallo, Boncellino, Russi, Cotignola e Lugo. E’ una pianta molto rustica che se lasciata libera produce uva in grande quantità, ma se contenuto con le potature risulta essere molto colorato, altamente tannico, grande gradazione alcolica e con un’importante estratto secco. Se accuratamente vinificato ed affinato dà un vino strutturato con buone caratteristiche di lungo invecchiamento. In passato era assimilato ai Negretti per la sua spiccata attitudine ad essere utilizzato nei tagli di mosti piu’ poveri.

VERNACCINA: questa tipologia di vitigno è una scoperta recentissima da parte di alcuni ricercatori del CRPV. Non ha alcuna similitudine con le Vernacce iscritte e di nostra conoscenza.

(L’AUTORE RINGRAZIA PER LA COLLABORAZIONE : Dott.Marisa Fontana, Crpv tebano, Ragazzini Sergio, Enologo, Bagnacavallo, Dott. Ercolani Roberto, Presidente Consorzio del Bagnacavallo)

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