Vitigni minori e autoctoni, l’archeologia enologica da salvaguardare

di DAVIDE STAFFA  (prima puntata) - L’Italia vanta un una straordinaria ricchezza di varieta’ secondarie, a volte sconosciute, dimenticate o in via di scomparsa totale. Questi reperti storici della natura hanno superato indenni centinaia di anni superando bonifiche, malattie varie tra le quali la micidiale Fillossera, gelate, strategie di mercato che puntavano solo allo sfruttamento intensivo delle viti piu’ produttive e quindi alla distruzione di tutto quello che non aveva questi requisiti in termini quantitativi. Poi finalmente ci si accorge che la globalizzazione enologica internazionale ci ha fatto ritrovare sugli scaffali e nelle carte dei vini i soliti nomi che in alcuni casi hanno solo l’etichetta che trasuda di importanza ma anonimi nel contenuto.

Ora per fortuna qualcosa sta cambiando e tante aziende lungimiranti stanno rispolverando quei pochi tesori rimasti sperduti aggrappati ai muri di un vecchio casolare, abbarbicati ad un albero in pineta o semplicemente nell’orto di casa magari con qualche virosi ma ancora su piede franco. Qui in seguito sono riportate alcune vecchie tipologie di vitigni che in molti casi sono ancora presenti sul nostro territorio Emiliano-Romagnolo e addirittura sono in fase di studio in qualche vivaio ed altri che sono in una fortunata fase di rilancio piu’ avanzata. Buona caccia ai tesori in bottiglia se vi capita di scovarli! 

ALBANA: antichissimo vitigno romagnolo, di fama ormai più che nazionale. Le sue origini risalgono ai tempi romanici infatti una leggenda  del 435 narrava che Galla Placidia durante un viaggio in Romagna bevve questo vino in una tazza. Era talmente buono che gli fece esclamare questa frase: “…sei talmente buono o vino dorato per essere bevuto in rustica coppa: vorrei berti in oro!”. Da qui nacque il nome del paesino collinare forlivese Bertinoro, terra di elezione per questo vitigno.

Il De Crescenzi , l’agronomo bolognese, nel suo trattato insegnava le tecniche di coltivazione e di vinificazione piu’ adatte mentre il Tanara nel 1654, iniziava gia’ a distinguere le diverse tipologie tra le varie albane locali. Oggi la zona più vocata per questo vitigno parte a nord verso Ozzano nel bolognese per scendere lungo la via Emilia lungo la fascia pedecollinare fino ad arrivare più a sud fino a Longiano nel Forlivese.

E’ diventata DOC nel 1967 e prima DOCG a bacca bianca d’Italia nel 1987. Ci sono piu’ di 20 tipologie di albane incluso una versione a bacca nera, ma i cloni selezionati di maggior pregio si riducono a 5: la Gentile di Bertinoro che fra l’altro e’ la più diffusa che si trova naturalmente come dice il nome sui colli attigui a Bertinoro; quella della Serra di Castelbolognese piantata da Faenza a Imola; della Compadrona e quella della Bagarona entrambe tipiche del collinare di Dozza (BO); infine quella della Gaiana nella zona di Castel S.Pietro. La sua migliore espressione la troviamo nella versione passita, magari con attacco di botryte cinerea, dove offre un vino di elevatissimo spessore qualitativo. 

ALBANERA: sin. Albanina, albana rossa, aibàna rossa. Le notizie risalgono al 1654 ad opera del Tanara. Era diffuso in particolare nell’appennino e raramente nella pianura romagnola e bolognese. Ora ha perduto la sua originaria importanza e la sua coltivazione si è notevolmente ridotta.

 ALBANONE: sin. Aibanò. Colne di Albana, tipico della Romagna pedecollinare, diffuso anche nel bolognese, risulta poco produttivo essendo frequentemente soggetto all’acinellatura dolce, per questo motivo non è stato bene accettato dai viticoltori. L’uva di solito viene vinificata assieme a quella delle altre albane. Da sola da un vino altamente alcolico e di colore quasi ambrato che aumenta nell’invecchiamento. 

ALEATICO NERO: sin. Aliatic, aleatico rosso, uva liatica. Di origine Toscano/Laziale, il De Crescenzi (‘300) che ne trattava ampiamente nel suo “liber ruralium commodorum”. Ora è coltivato un po’ ovunque in Emilia Romagna e visto il suo caratteristico aroma è spesso confuso con il Moscato Nero. Regala un vino liquoroso e molto profumato. 

ALIONZA: sin. Glionza, aglionza, uva lonza, Alfonsa, leonza. Vitigno tipico del bolognese e dell’imolese di origine assai  remota (citato dal Tanara nel 1654 e da Cosimo Trinci nel 1700). E’ un  uva di maturazione precoce, dà un vino generoso, molto secco e ricco di alcol. 

ANGELA: sin. Ova anzla, angiola, angela bolognese. Si distingue in uva angela romagnola e bolognese in funzione della forma differente dell’acino. Citata dal Sederini nel 1600 ed ora è quasi completamente scomparsa. Uva da consumare a tavola ma se vinificata produce un vino da pasto poco alcolico, neutro e leggermente frizzante ma comunque gradevole. 

BALSAMINA:  sin. Balsamina, barzemino, bersenina. Normalmente è confusa col più famoso Marzemino ma nulla hanno a che condividere. E’ un vitigno tipico del forlivese e del ravennate ora molto raro. L’origine del nome sembra derivare da “balsamo” in funzione delle proprietà balsamiche attribuitegli dalla tradizione. Il vitigno è scarsamente produttivo e sensibile all’oidio; l’uva è discreta se consumata a tavola ma se vinificata regala dolcezza, buona aromaticità, alcolico di colore rosso-violaceo. 

BIANCHINO: sin. Bianchì, montù, montuni, montoncello. Di origine incerta, i viticoltori bolognesi e romagnoli legano il nome montù al fatto che produce molt’uva che tradotto nel dialetto bolognese si dice “molt’ù”. Viene vinificato assieme ad altre uve bianche, di buona vigoria e produttività. 

CANINA: sin. Canèna. Non è da confondere con la Cagnina (vino prodotto con uve Refosco o Terrano ndr) , è coltivato nel ravennate, Russi, Bagnacavallo e Cotignola in particolare (50-60 ha dati dell’ultimo censimento) , da origine ad un vino rosso-violetto intenso, con profumi vinosi, poco alcolico, con un certo residuo zuccherino. In passato era consumato velocemente e non imbottigliato perché con il rialzo termico si favoriva la rifermentazione con tappi che saltavano e bottiglie che scoppiavano. 

CILIEGIOLO: sin. Zrizol, ciliegino. Sederini nel 1600 parla di un “ciriegiulo dolce”, a volte viene chiamato anche “ciliegiona tonda di Spagna”  o “ciliegiolo di Spagna” perché sembra sia stato importato in Italia dai pellegrini che si recavano in terra di Spagna nel Santuario di S.Giacomo di Compostela. Entrato prima in Toscana e poi nella fascia collinare e pedecollinare romagnola. Vitigno molto pregiato di costante produzione, con un buon alcol ma di scarsa acidità. 

COR D’USEL: sin. Cuore d’uccello. Dalla metafora della traduzione dal dialetto si deduce che il nome deriva dalla similitudine della piccolezza del grappolo con quella del cuore dei volatili. Diffuso nel faentino e nella piana ravennate; da esami moderni più approfonditi si può tranquillamente assimilare alla famiglia dei pignoletti. 

CURNACIA:  Alcune tracce storiche la fanno risalire all’Ottocento. E’ coltivata in alcune zone del ravennate, Russi e Bagnacavallo. Rientra tra le uve utilizzate per ricavare la “canèna nòva” venduta nelle feste settembrine di Russi.

 

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