Antonio Attorre – “Come tu mi vuoi”, un viaggio nella biodiversità

Antonio Attorre, giornalista e saggista, collaboratore dell’associazione nazionale Slow Food, giornalista per diverse testate, scrittore e docente ha scritto ha scritto (coautori Valentina Conti, Ampelio Bucci e Leonardo Cemak) “Come tu mi vuoi” sulla biodiversità per la nuova collana “La lingua della gola” della casa editrice Affinità elettive. Qui di seguito un estratto del suo saggio.

“Una prima questione è quella dei linguaggi prevalenti in queste scritture un po’ ‘di limbo’ che raccontano i territori, il cibo, il vino; scritture ‘di servizio’, ma anche di immaginazione e di critica, dunque soggette a scelte stilistiche e morali, oltre che a un’irrinunciabile credibilità.  La cura per i dettagli non va confusa con il puntiglio fine a sé stesso o il tecnicismo maniacale, ricorrenti in un settore editoriale tutto sommato abbastanza recente qual è, almeno in Italia, quello delle guide specifiche e degli itinerari enogastronomico-turistici. L’ansia di stupire, la maniacalità gastronomica che si è sviluppata come mai prima favorisce un fenomeno che Giuseppe Pontiggia già anni fa descrisse con puntuale esattezza, chiamandolo la “mistica dell’alta fedeltà”, alludendo a quel vizio snobistico per cui certi ascoltatori di musica hanno la mania del suono ma non capiscono più la musica.

Altra questione decisiva è quella dei contesti nei quali avviene la comunicazione, poiché il web non può essere considerato semplicemente un medium ma, piuttosto, un ecosistema: qual è il ruolo delle guide nell’era di tripadvisor e degli altri siti di consigli, come possiamo ridefinire il concetto di fiducia, il punto di vista individuale, l’expertise e,  se vogliamo, immaginare una concezione diversa di democrazia?

Routine del sensazionale. Il Barnum della gola. A proposito di quest’ultimo aspetto, a me pare che l’aspetto più stucchevole del fenomeno (parlo del­la sua dimensione esageratamente spettacolarizzata, non certo dell’interesse diffuso per la gastronomia) sia nella tendenza – paradossale, a ben vedere – a occultare il carat­tere “necessario”, quotidiano e nutritivo, dunque sociale del cibo inseguendo i paradigmi che governano il sistema della moda e delle griffe, le logiche della rappresentazione e degli status symbol, sottraendo ali­mentazione e gastronomia a una dimensione ordinaria, vi­tale e culturalmente comples­sa. Paradossale perché proprio ora che la cultura materiale (anche grazie a Slow Food, permet­tetemi di dirlo, e a tante altre figure, associazioni, testate), ha acquisito una dignità in prece­denza negata, sembra perderla di nuovo in favore dei simula­cri e delle rappresentazioni del buono e del bello.

C’è un’immagine che trovo ge­niale, introdotta oltre mezzo secolo fa da Roland Barthes nel suo celebre Miti d’oggi, che coglie con largo anticipo il fe­nomeno ora straripato soprat­tutto in Italia: è l’immagine del Vagone ristorante della compa­gnia Cook nel quale il viaggia­tore più che un pasto consume­rà una filosofia di vita, ovvero “tutto ciò che, per sua stessa natura, viene reso difficoltoso dal viaggio stesso. Il primo sco­po è quello di purificare il pasto da ogni finalità propriamente nutritiva, di mascherare me­diante un accurato cerimoniale la contingenza stessa del pasto, che è semplicemente nutrirsi in treno. Ogni costrizione sembra produrre la libertà a lei diame­tralmente opposta, ogni gesto è una smentita dei suoi limiti originari. Per esempio: poco spazio genera molta bianche­ria, tutto uno spreco di tovaglie e tovaglioli, diverse posate, come se non mancassero né lo spazio né il tempo per metterle a posto e lavarle”. Ogni cosa, dice Barthes, tende a superare teatralmente la pro­pria semplice natura di utensi­le, e a ricordarci che siamo an­cora una civiltà dell’imitazione.

Scritture: le guide e il web.  Se i cliché finiscono sovente per prevalere, tra sciatteria, iperboli e tecni­cismi, il colpo di grazia alla ri­cerca dei dettagli arriva dalle pratiche linguistiche di alcuni social, dove è l’esemplificazione (e ba­nalizzazione) a comandare e a tagliare con l’accetta i giudizi nelle recensioni (recensioni?) di ristoranti, vini, alberghi e così via. Si finisce per risultare pas­satisti a proporre una riflessio­ne su comunicazione, critica, democrazia più o meno fittizia nel web, eppure proprio l’an­golazione specifica da cui pro­pongo di osservare il fenomeno dovrebbe mostrare facilmente la natura del fenomeno: intan­to c’è la questione della buona fede e della tracciabilità, visto che a nessuno sfuggirà il fatto che qualunque esercizio pubbli­co può, ad esempio, beneficiare di un fittizio consenso di massa (giudizi entusiastici inviati da parenti, supporter o agenzie di comunicazione create proprio a questo scopo) o al contrario essere bombardato da raffiche di stroncature più o meno ela­borate. Ma, al netto di questo aspetto, che comunque mette subito in discussione il principio di affidabilità, anche quei casi che consideriamo – e sono – “in buona fede” (ma come faccia­mo a saperlo, fiuto o istinto a parte?), le opinioni si dividono molto spesso tra “la più bella serata della mia vita” e “non aprite quella porta”, rivelando la prevalenza di atteggiamen­ti e desiderio di protagonismo demolitorio o celebrativo ben distanti dal convincente passa­parola di una rete amicale.

Iperbole e sacralità della griffe, oppure diletto e cronaca? Le cose, non le etichette. Il ricorso abituale all’iperbole, l’e­gemonia culturale e la sacralità della griffe, lo stolto iperrea­lismo descrittivo confermano quanto Bergson vedeva ma­nifestarsi un secolo fa, quel primato delle etichette sulle cose su cui Proust costruiva il suo capolavoro e la sua lettu­ra della stratificazione sociale attraverso le traiettorie incro­ciate dello snobismo universale. Snobismo che, un secolo dopo, ritroviamo attraverso la no­stalgia riflessiva di Fellowes e vediamo rimbalzare nel mondo dei piani bassi da quello dei pia­ni superiori, secondo la struttu­ra sociale elementare e com­patta delle cucine e dei salotti di Downton Abbey, ma anche in una quantità crescente di ro­manzi, racconti e film nei quali il cibo è indicativo di status e appartenenze valutate in rela­zione ai rapporti sociali.  Credo che bisognerebbe riuscire a essere (torna­re a essere o non aver paura di sentirsi) amateurs, dilettan­ti nel senso vero, dilettanti di professione, per liberarsi dell’i­gnoranza e della miopia degli esperti e degli specialisti, e/o per non finire come il cercatore di funghi di Peter Handke, che da appassionato, da amateur, finisce per trasformarsi in triste e insopportabile maniaco.

All’ansia catalogatrice di Bouvard e Pécuchet vorrei contrapporre, se è possibile adottare la grazia geniale di un simile modello (ognuno si sceglie il proprio modello, come Woody Allen che si ispirava a Dio), il proverbiale tocco di Lubitsch, vale a dire quell’inimitabile stile di regia (e di scrittura, prima) basato su una formidabile capacità di osservazione e di lettura ironica, sulla costruzione di perfetti (perché essenziali) meccanismi narrativi e sulla calibrata reticenza in alcuni passaggi (è qui l’essenza del tocco), per lasciare allo spettatore il gusto e l’esercizio all’immaginazione.

Personalmente preferisco lo spirito d’osservazione che dovrebbe essere patrimonio del cro­nista, la distanza parteci­pe dello straniero e la prossi­mità dell’intruso rispetto ai toni sempre un po’ sopra le righe e alla sup­ponenza specialistica, la com­petenza, la spigliatezza e la precisione (e l’immaginazione naturalmente) all’expertise ba­nalizzata, alla sciatteria come alla solennità e al pressappo­chismo erudito, un minimo di mobilità intellettuale e un mas­simo di laicità nei confronti del­la mistica della degustazione, una frugalità di scrittura anche come forma di ecologia dell’im­maginario: tre aggettivi posso­no bastare e avanzare per de­scrivere un vino; pretendere di ammannirne sei o sette, in ag­giunta alla parabola completa delle sensazioni intermittenti, più che del vino rivelano qual­cosa dell’equilibrio psichico di chi scrive. Turismo e gastronomia, oggi pressoché indistinguibili per molti versi nell’industria del tempo libero, hanno accolto e prodotto sogni, compensazioni e desideri di una società di massa nella quale, però, il cibo resta elemento primario, terreno di disuguaglianze, valore affettivo personale anche nel tempo dei package holidays e del food experience

* La lingua della gola, ora collana editoriale, nasce come manifestazione annuale da me ideata e realizzata con il comune di Grottammare e Slow Food San Benedetto del Tronto-Valdaso.

 

 

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