Sabelli, storia di una famiglia

Abbiamo incontrato Angelo Galeati, ad di un’azienda che cresce ma sempre con qualità e sostenibilità come pietre miliari.

La storia della famiglia comincia “con mio bisnonno Nicolangelo Sabelli, molisano, originario di Agnone, terra dei Papi, che viveva a Boiano, patria di una antica tradizione casearia. L’arte è cominciata lì, nel 1921, con una piccola attività. Ma fu mio nonno Archimede, ritornato dalla guerra – dopo aver combattuto in Albania ed essere stato prigioniero in Germania – a inventarsi un futuro. Il padre era morto e i mariti delle sue sorelle, diventati titolari nel frattempo, avevano chiuso il caseificio”

“Era un periodo di grande povertà e qualcosa bisognava inventarsi. Mio nonno allora ricominciò a lavorare il fior di latte, portando le mozzarelle in giro e in treno fino all’Abbazia di Cassino e all’Agro Pontino. Non era semplice. Poi ebbe l’intuizione di trasferirsi nelle Marche. Lo zio della moglie, Filomena Bernardo, era segretario comunale a Porto San Giorgio. Là nel Fermano neanche sapevano cosa fossero le mozzarelle! Mi raccontava che gli dicevano quando le offriva: “Sabelli, ma quando fai qualcosa che si mangia?”. Nel ’65 la mia famiglia prese il primo capannone ad Ascoli. Non era passato così tanto tempo da quando Archimede faceva le mozzarelle nel garage di casa”.

E quando è cominciata ad ingrandirsi l’azienda?

La svolta avvenne nei primi anni Settanta con l’industrializzazione del Piceno, che era la zona più a nord della Cassa del Mezzogiorno. A nord c’erano Galbani e pochi altri, ma in Lombardia, erano competitor “lontani”. E così a Bologna cominciammo a vendere e rendere popolare la Gran Sasso, la mozzarella per eccellenza per i consumatori dell’epoca. Il mercato là era questo, con l’aggiunta di qualche mozzarella di bufala e nient’altro. Ci rifornivamo del latte dalla provincia di Teramo e dalle fattorie del Gran Sasso. Ancora oggi sono i nostri rifornitori di materia prima. E’ un rapporto che non si è mai interrotto e costituisce per tutti la garanzia della nostra autenticità. L’azienda si è sviluppata in seguito con i canali della grande distribuzione, con GS, Standa e altre grandi realtà. Non c’era tutta questa competizione.

E’ in quel momento che avete deciso la “vostra strada”?

Negli anni Novanta la massificazione della distribuzione ha fatto ridurre di molto la qualità. Siamo sempre rimasti con due principi: il primo è che i prodotti dovevano essere artigianali, il secondo riguarda la materia prima. Con un costo di approvvigionamento molto alto, potevamo solo colmare il gap con una grande qualità e ci siamo riusciti.

Settanta milioni di fatturato, duecento dipendenti, più 35 per cento di fatturato: dove volete arrivare?

Prevediamo una crescita ulteriore nei mercati europei. Burrata e stracciatella, che soddisfano le nuove tendenze di gusto dei nostri clienti, vanno forte. La mozzarella è oggi una commodity e quello che succedeva per questo prodotto allora, a quegli anni, vale attualmente per la burrata. Le capitali europee sono ricche di questi “fermenti alimentari”, hanno voglia di provare e farsi coinvolgere e sono molto attente alla qualità dei prodotti. Un traino importante è anche il fatto che la dieta mediterranea è ormai riconosciuta come la migliore al mondo.

I vostri prodotti sono tutelati all’estero? C’è un problema di contraffazione?

Di tutele ce ne sono poche, in tutto il mondo si fanno mille qualità di mozzarelle. Solo in Florida le aziende che le producono in loco sono tre. Assolatte, l’organizzazione di settore, sta lavorando su un disciplinare di qualità, anche se, al contrario per esempio di vini e cibi Dop e Igp, le nostre eccellenze non sono mai riuscite a “marcarsi” Stg. Ci hanno provato, ma senza successo. Pensi che la mozzarella più venduta in Sicilia è quella tedesca. C’è poco da fare, anche con le contraffazioni.

E non conviene allora delocalizzare per abbassare i costi? Lo dico provocatoriamente.

C’è chi l’ha fatto, evitando una pressione fiscale che da noi è arrivata al 60 per cento e dopo che sono finiti, di fatto, i finanziamenti europei. Il caso Gran Moravia, un mix di grande marketing, filiera piuttosto sostenibile e pubblicità, dimostra che chi vuole fa prodotti che possono essere competitivi. Da parte nostra possiamo solo privilegiare la grande qualità e l’attenzione massima ai consumatori, ai quali siamo affezionati, così come siamo legati ancestralmente a questo territorio. Non credo che preservare il vero Made in Italy, quello al 100 per cento a cui ci onoriamo di appartenere anche noi, si possa fare solo con leggi e normative. Serve offrire prodotti unici e inimitabili. La Spar per esempio, la grande catena austriaca di supermercati, ha voluto da noi a tutti i costi la burrata, che è un grande prodotto, con marchio suo.

E lei, da quanti anni è in azienda?

Da quindici. Siamo in due ad essere amministratori delegati, l’altro è mio cugino Simone Mariani. Le nostre scelte si sono rivelate giuste: facevamo trenta milioni di fatturato, oggi sono settanta. Ci sono stati passaggi importanti per l’azienda in questi anni, come quello della creazione di un reparto specifico per la mozzarella per la pizza. Ma le sfide sono sempre dietro l’angolo. La prima è di strutturarci bene per altre avventure estere, superare anche limiti burocratici. Faccio l’esempio delle date di scadenza, che ci vengono imposte dai disciplinari sempre più lunghe: sappiamo che con la pastorizzazione si eliminano qualità organolettiche importanti. Ecco, tenere il livello della grande qualità che ci riconoscono è la vera sfida che ci interessa.

 

 

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