Il Nero e la Luce – Circumnavigando l’Etna / The Black and the Light – Circumnavigating Etna

Catania è nera, e poiché una città non può esserlo del tutto, la luce, accecante come se non vi fossero schermi protettivi, primordiale, giunta a terra riflette il nero della pietra e dei palazzi e li evidenzia e ne fa eleganti le vie, i giardini fioriti e le ombre di chi cammina. Città nera, non oscura. Luogo di estremi – e di bordi e limiti, perchè tutta l’acqua che scorre nelle fontane o dai rubinetti dei bar sembra non bastare a fronte di tutto quel nero.

L’Etna è già qui, memoria dei suoi passaggi o semplice avvertimento. E noi che stiamo per prendere il trenino d’altri tempi (le due carrozze hanno compiuto quantantanni) della FCE, la Ferrovia CircumEtnea, avvertiamo sia l’incognita dell’ignoto – andare a trovare la muntagna - che il limite che è Catania, propaggine nera dell’Etna e capitale industriosa e internazionale. Siamo in una città di confine; un straordinario miscuglio di eleganza, gentilezza e paura antica.
All’ingresso della stazione di Catania Borgo salutiamo la vecchia locomotiva a vapore Meusa, che trasportò anche De Amicis, lo scrittore di Cuore. Nel 1911 anche la Regina d’Italia Elena salì su queste carrozze per raggiungere Randazzo, dove una delle sue dame di compagnia aveva una villa. Centodieci chilometri di viaggio da Catania a Riposto, raggiungendo i mille metri di altezza a Maletto, capitale della fragole, come Bronte lo è del pistacchio mondiale.
Partiamo verso Paternò e Belpasso e contiamo, nelle tre ore di viaggio, di poterci lasciare alle spalle la banalità dell’esistere, così come – europea, ormai - la concepiamo. Il fischio del trenino è un segnale e anche gli strattoni del treno lo sono. L’Etna è là, in lontananza ancora, più o meno vicina come sarà in tutto il viaggio, monito più che visione. Ha colpito tre volte, dissestando l’apparente ordine delle cose: nel 1923, nel ’28 e nell’81, e ha imbiancato, con tutto il suo nero, anche il mare.
In mezzo tra noi e lei, terra lavica che riaffiora dappertutto, e altre staticità normali come automobili disusate e abbandonate, campetti di calcetto con l’erba artificiale, palazzine nuove e baracche, ma soprattutto fichi d’india, a grappoli di piante o solitari come una stampa giapponese.
Ce ne andiamo dall’ingombro delle cose.
Da lontano vediamo paesi che si aggrappano all’Etna, con timore quasi, come se richiedessero acqua e cibo alla montagna. Il vulcano sembra, a questa distanza, uno dei tanti picchi che abbiamo visto nei telefilm in tv, una Rock Mountain all’ombra della quale si muoveva un ispettore e o un cowboy, ma è proprio questo che ci atterrisce: il timore di cosa c’è là dentro, l’impossibilità di lottare contro la natura, la forza che si sprigiona lì sotto e che permea questa terra.
Perchè tutto è elettrico e quasi troppo vitale qui, a dispetto della terra riarsa di questi giorni d’agosto. Come se l’Etna avesse trasmesso la sua energia ai volti che vediamo, ai loro movimenti, alle case.
Dall’altra parte della vallata, la campagna, con ordinate file di vigneti e olivi, e in fondo i monti riarsi, giallastri, che ci ricordano l’altra Sicilia. Qua e là, attraversando i paesi, i cartelli stradali e dei commerci, e spesso la Smacchiatoria sta accanto al Morobishi, locale, ci dicono le scritte, di sushi fusion.
Nella nostra carrozza siedono turisti incantati e donne che usano il trenino come metropolitana locale, coposte e altere come tutte le donne siciliane, orgogliose e bellissime, eredi di greche e aragonesi, turche e normanne, eredi del mondo dunque, che rimangono impassibili agli scossoni del treno.
Dopo Bronte, è tutta lava, che esplode. Pensiamo alla Sciara Nera, il solco dove scende la lava quanto il vulcano erutta. La immaginiamo su un costone, su un fianco della montagna, nascosta come un fuggitivo. Tanti casolari che sembrano abbandonati, e forse lo sono, ma con muretti in pietra lavica e cancelletto, come se aspettassero qualcuno.
Una bandiera italiana, al lato dei binari, su uno di questi casolari, ci ricorda che il nostro è un Paese di sentimenti comuni, di dettagli che ci accomunano. Quella bandiera non ha un significato, ma è lì, messa probabilmente da qualcuno che cercava di mettere un altro bordo, un altro limite – all’invadenza di tutta questa storia e natura.
In lontananza adesso quei monti brulli sono pieni di pale eoliche, concessione alla modernità e all’abuso, adesso che siamo passati, dopo Linguaglossa, sul versante che ci fa vedere l’Etna, così bella ora, e il mare sotto. Come quel viaggiatore in autobus che ci raccontò di quando la mattina andava a sciare e il pomeriggio al mare, senza sforzo alcuno, di quand’era giovane, e di come si possa sempre replicare la cosa.
Entra, nella stazione successiva, una donna anziana e curva, con due sacchi pieni di frutta che sta portando a casa o ha tentato di vendere, con uno sguardo dolce. Pensiamo entrambi, noi e lei, di averla fatta franca – la giornata è al termine.
Non si può, non ci si riesce, sembra dirci la muntagna.
Non è così semplice farla franca, e questa è la lezione del giorno.
La donna incuriosita, intanto, guarda tutti che fanno le foto. Cosa ci sarà in quelle immagini? si chiede.
Arriviamo a Giarre, prima di prendere un intercity di mezzora per ritornare a Catania, con la sensazione che tutte le montagne sono impenetrabili e che noi viviamo una vita parallela, incuranti di una natura che ci può annichilire da un momento all’altro. Tutto questo nero, poi! Non è forse la nostra esatta fotografia? Di noi umani?

Catania is black, but since a town cannot be this way at all, the blinding and primeval light, coming down to earth as if there is no protection, reflects the black of stones and buildings by bringing them out and by making streets smart, as well as flowery gardens and the shadows of those who walk. Black town, not obscure. It’s a place of extremes, borders and limits as the water flowing in fountains or from bar taps seems to be insufficient against all the black.

Etna is already here, as memory of landscapes or simple warning. While we are about to catch the FCE train of the good old days (the two carriages are forty), the Ferrovia CircumEtnea, we feel that paying a visit to the mountain means going toward something unknown, which is also the limit of Catania, the Etna’s black offshoots as well as international and hard-working capital. We find in a border town; or better in an extraordinary patchwork of elegance, pleasantness and ancient fears.

At the entrance to Catania Borgo station we leave the old-fashioned steam engine Meusa that De Amicis, the writer of Cuore, travelled by too. In 1911 the Queen of Italy Elena also got on this train to reach Randazzo where one of her lady companions had a villa. We are going to a 110 Km journey from Catania to Riposto by travelling through Maletto, the capital of strawberries that is located at an altitude of one thousand meters, just as Bronte is the international capital of pistachio. Going on a three-hour journey to Paternò and Belpasso, we hope to succeed in leaving behind the triviality of our existence – European now – as we conceive it. The train whistle along with its jerks are a clear sign. Etna is still far away, more or less close to us during the entire journey. It’s a warning rather than a beautiful spectacle. It struck three times thus upsetting the seeming order of things: in 1923, in 1928 and in 1981 its black ash whitened the sea too.

Between us are lava land appearing almost everywhere, abandoned cars out of use, artificial grass five-a-side grounds, new houses, shacks and, above all, Indian figs which grow in bunches or lonely just like Japanese pictures.

We go away from confusion.

We can see from afar some villages clinging nearly with fear to Etna, as if they ask the mountain for water and food. From that distance the volcano looks like one among the several peaks we have seen on TV movies or a Rock Mountain that an inspector or a cowboy used to act nearby. This is what we are scared of: we fear what we could find inside, the impossibility for us to fight against nature, the forces being given off from down there and permeating this land.

In fact, everything is electric here and almost too vital regardless of dry land on these August days. It’s as if Etna had transmitted its power to the faces we usually see, to their movements and to houses. The countryside of vineyards and olive trees planted in orderly rows stretches out on the other side of the valley, while parched and yellowish mounts that remind us the other face of Sicily stands in the background. Going across villages, we can also see road signs, shop signs, and quite often the dry cleaner’s located by the sushi fusion restaurant Morobishi, as written in the signs.

In our carriage some tourists sit spellbound and some proud and beautiful women, as composed and haughty as every Sicilian woman, travel by train as if it were a local underground. Heiresses to Greek, Aragonese, Turkish, Norman women and to our world too, they can remain impassive in spite of train jerks.

From Bronte on, there is only lava bursting out. Let’s think about the black trail, that is the groove where lava flows down after a volcanic eruption. We imagine it to be hidden on a hill or on the side of a mountain as if it were a fugitive. Many old houses which seem to be abandoned, maybe they are, with molten rock walls and a gate stand there as if they were waiting for anybody.

By the side of railways, an Italian flag fluttering on one of these houses reminds us that our country is joined by common feelings and details. That flag does not mean anything, however it’s likely that somebody has put it there in an attempt to set one more border, one more limit to the intrusiveness of its history and environment.

After having moved from Linguaglossa to the side where Etna and the sea just below are so enchanting as never before, from a long way out those bleak mounts are now full of wind turbine blades, a sort of loan to the contemporary and to unauthorized activities.

It’s the same as that bus passenger who told us the times when, in his youth, he effortlessly used to go skiing in the morning, to the seaside in the afternoon and the way we can repeat those things.

An old stooping kind-eyed woman who was taking home or had tried to sell two sacks of fruit enters the following station. We both think we got away with it since the day is coming to an end. The mountain seems to tell us: -You cannot do it -. It is not easy to get away with it, that’s the lesson of the day.

In the meanwhile, the woman looks with curiosity at everybody who is taking photos. What’s on those pictures? She wonders.

Before catching a half-hour intercity train back to Catania, we get to Giarre with a strong feeling that all mountains are inaccessible and that we live a parallel life, mindless of this nature threatening to destroy us at any moment. Not to mention all this black! Isn’t it our exact condition? The one of human beings?

 

 

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